3 cose che un coach NON è

Da quando ho cominciato a scrivere sul mio blog a proposito di temi riguardanti il coaching mi sono concentrato sul comunicare cosa sia, cosa comporti, quali siano i benefici e cosa ci si possa aspettare intraprendendo un percorso di coaching; con questo post vorrei invece focalizzarmi su cosa NON sia un coach e per quali ragioni sia meglio non affidarsi a lui (o lei) se si hanno particolari richieste o aspettative.

Ecco tre esempi di cosa un coach NON è:

  1. Uno psicoterapeuta

Per quanto nel rapporto tra coach e cliente uno degli ingredienti fondamentali sia l’empatia e vi sia comprensione ed accoglienza delle emozioni e dei pensieri del coachee, durante il  percorso di coaching solo il 5% del tempo viene dedicato al passato del cliente stesso, soprattutto per capire la ragione per cui abbia deciso di affidarsi a noi, per il restante 95% del tempo la sessione è dedicata al presente ed al futuro dello stesso coachee e non ci si dedica ai processi emotivi o psicologici che si sono sviluppati nel passato, principalmente nell’infanzia. Ciò non significa che coaching e psicanalisi siano antitetici e non possano essere perseguiti simultaneamente, al contrario mi è accaduto che alcuni clienti fossero in terapia mentre contemporaneamente erano miei coachee ed ho personalmente trovato la cosa assolutamente compatibile.

 

  1. Un consulente

Quando dico a un potenziale cliente o a qualcuno semplicemente interessato al coaching che un coach non dà consigli, risposte o soluzioni la maggior parte delle volte vengo guardato con occhi sgranati con relativa domanda al seguito: “Sì ma quindi cosa fai?”. Le domande del coach, le famose “domande potenti” che generano consapevolezza, fanno sì che il cliente stesso trovi le risposte ai suoi quesiti e scopra, autonomamente seppur accompagnato, le proprie soluzioni. Se dessimo consigli giusti in qualche modo il merito verrebbe percepito come nostro e non del cliente; allo stesso modo un errato consiglio farebbe ricadere su di noi la colpa esonerando sempre e comunque la responsabilità, nel bene o nel male, del coachee. Quindi niente consulenze, un coach è qui per tirare fuori le risorse che un cliente, spesso inconsapevolmente, possiede!

 

  1. Un amico

Non c’è nulla di male a chiedere consiglio o aiuto ad un amico, ci mancherebbe; consideriamo però il fatto che un amico spesso e volentieri non potrà essere obiettivo nei vostri confronti come può esserlo un “estraneo” che non conosce il vostro pregresso e non ha già un punto di vista parziale del vostro carattere (prevalentemente, proprio in quanto amico, favorevole a voi) e non avrà quella autorevolezza che si sviluppa invece in un rapporto professionale. In certi casi una prospettiva diversa, neutra, nuova ed originale propria del coaching ha un valore intrinseco preziosissimo rispetto a quanto può scaturire da una chiacchierata tra amici.


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